San Niccolò a Radda, la chiesa che ha un crocifisso per le calamità
La parrocchiale di Radda si raggiunge per una scalinata da via Roma, e dentro conserva un crocifisso del Quattrocento legato al culto popolare
La scala e il crocifisso
A San Niccolò si entra dal fatto che qui ha contato, per secoli, un crocifisso ligneo del Quattrocento, tanto da lasciare traccia nelle carte già nel Quindicesimo secolo come oggetto di culto popolare, e da essere portato in processione nelle calamità. Non è un dettaglio devoto messo in un angolo della chiesa, è una chiave di lettura, perché spiega perché questa parrocchiale, sopraelevata rispetto alla strada principale, non si esaurisca nella sua facciata rifatta nel Novecento, ma continui a tenere insieme il paese quando il paese cerca un segno da guardare.
Ci si arriva salendo la scalinata da via Roma, con il palazzo del Podestà davanti e la chiesa appena alzata sopra il livello della strada, come se chiedesse un piccolo cambio di passo prima dell’ingresso. Le scale sono parte del luogo, e lo dicono anche in modo concreto, perché l’accesso avviene proprio così, con una rampa di gradini. Arrivati in alto, la facciata si offre come un rifacimento del 1926, ma il punto non è fermarsi alla pelle più visibile. Conviene invece entrare pensando a quel Cristo ligneo, attribuito a un anonimo maestro fiorentino del Quattrocento, che qui non è soltanto un’opera antica, è una presenza a cui la comunità ha affidato le proprie paure.
La facciata di Coppedè
La chiesa che si vede oggi porta con decisione la mano del Novecento, perché la facciata fu rifatta nel 1926 da Adolfo Coppedè in stile neoromanico. È un fatto netto, quasi spiazzante in un edificio la cui prima testimonianza risale al Duecento. Qui, invece, la faccia del paese religioso è stata ridisegnata tardi, in un anno che coinvolse anche la piazza sottostante, rifatta con una fontana pubblica, e il restauro della compagnia adiacente, edificio già esistente nel Settecento.
Questo rifacimento non cancella del tutto ciò che c’era prima, ma cambia il modo in cui il luogo si mostra. Si può restare qualche minuto sul sagrato e guardare la facciata come il risultato di una decisione precisa, presa quando Radda stava ridando forma al proprio centro. Anche una finestra rettangolare sulla facciata appartiene a quel momento. La chiesa, insomma, non si limita a raccontare un’origine medievale, racconta anche un’epoca in cui si è scelto come il paese dovesse apparire a se stesso.
È utile ricordarlo appena si alza lo sguardo, perché l’errore più facile sarebbe cercare qui una purezza di stile. San Niccolò è un edificio che ha assorbito trasformazioni, danni di guerra, restauri e riordini liturgici, e proprio per questo restituisce l’immagine concreta della lunga vita di una chiesa parrocchiale.
Le pietre rimaste dietro
Se la facciata appartiene al Novecento, le tracce della chiesa romanica originaria non sono sparite, solo si sono spostate in luoghi meno esibiti, nel retro dell’edificio e nel basamento del campanile. È uno di quei casi in cui conviene non fermarsi al fronte principale. Girando attorno alla chiesa, si capisce che il tempo qui non sta disposto in ordine, ma affiora per frammenti. Dietro, dove l’occhio di solito corre più in fretta, restano invece le parti che permettono di immaginare la struttura più antica.
Questo contrasto fra una facciata ridisegnata e una memoria romanica rimasta ai margini dice molto del carattere del luogo. Anche il campanile racconta una storia di rifacimenti, perché quello originario fu demolito e ricostruito nel Settecento, poi restaurato nell’Ottocento, quindi consolidato nel 1997, anno in cui fu installato anche il congegno per suonare le ore e collocata l’ultima campana.
Si finisce così per guardare le murature con un’attenzione diversa, meno rivolta all’effetto e più alle sopravvivenze. È il punto in cui la chiesa chiede una visita lenta, da fare intorno, non solo dentro.
La volta del coro
Dentro, dove l’impianto è a navata unica con forma di croce latina e copertura lignea, c’è un punto che trattiene lo sguardo più di altri, la volta del coro con l’affresco delle Storie di San Nicola. In una chiesa dedicata a San Niccolò, è lì che il titolare smette di essere un nome sulla facciata o nell’intestazione parrocchiale e torna a occupare lo spazio alto dell’edificio, quello che si vede alzando la testa dal centro della navata.
È un buon esercizio fermarsi qualche passo prima del presbiterio e lasciare che siano le immagini in alto a tirare la visita. Attorno, il luogo conserva anche un pulpito in marmo, confessionali in legno del Settecento e un fonte battesimale in pietra serena del Seicento, ma il coro ha un peso particolare, perché lega il santo titolare allo spazio più raccolto della chiesa.
Lo stesso vale per gli affreschi neogotici attribuiti a Carlo Coppedè, che aggiungono un altro strato al racconto visivo dell’interno. Non si entra dunque in una chiesa tutta di un tempo, ma in un interno dove devozione, riordini e gusto artistico si sono sovrapposti. Anche per questo San Niccolò va guardata con calma, lasciando che le differenze emergano poco alla volta, senza pretendere un’unica epoca dominante.
Le ore del campanile
Poche cose dicono il rapporto fra una chiesa e il suo paese quanto un orologio pubblico, e a San Niccolò questo rapporto è documentato con insistenza. Il primo orologio fu realizzato da Piero Guerrini di Pistoia e il campanile ebbe proprio la funzione di orologio pubblico. È un fatto che sposta la prospettiva, perché la torre non serviva soltanto alle campane e alla liturgia, ma scandiva la vita comune di Radda.
La storia di quell’orologio non è lineare, e proprio per questo è eloquente. Fu riparato, sostituito, smontato, collocato per un periodo nella canonica, rimesso sul nuovo campanile nel Settecento, fino alla decisione ottocentesca di realizzare un nuovo orologio da collocare sulla facciata del palazzo comunale. In altre parole, il tempo del paese passò per secoli da qui, poi a un certo punto si spostò altrove, sul palazzo civile. In pochi luoghi la vicinanza fra potere religioso e potere civile si lascia leggere con tanta semplicità spaziale, basta stare nella piazza e guardare la chiesa davanti al palazzo del Podestà.
Chi arriva nel centro storico può fare proprio questo, fermarsi fra i due edifici e leggere la piazza come un dialogo antico fra campane, ore e governo del paese. San Niccolò non è isolata, vive in rapporto frontale con il cuore civico di Radda, e questa relazione le dà una misura pubblica che va oltre la devozione.
Il lato sinistro della chiesa
C’è infine un dettaglio che parla della vita concreta di San Niccolò più di molte cronologie, la canonica si trova dentro la chiesa, a sinistra. Anche la sua storia non fu quieta, perché nel Quattrocento il priore non vi abitava da oltre dieci anni e nel Settecento era in pessimo stato. Vi si trovava un affresco con la Madonna col Bambino in trono fra due santi vescovi, memoria silenziosa di uno spazio domestico e religioso insieme.
Accanto alla facciata, sulla destra, si trova invece la cappella della compagnia, anch’essa toccata dai lavori del 1926. Questa prossimità di ambienti, chiesa, canonica, compagnia, dice bene che San Niccolò non è stata solo un’aula per il culto, ma un piccolo sistema di vita comunitaria, fatto di preghiera, confraternite, campane, processioni e amministrazione del sacro quotidiano.
Per questo, una volta usciti, non conviene andarsene subito. Meglio restare ancora un poco sul sagrato, voltarsi verso il palazzo del Podestà, poi di nuovo verso la facciata di Coppedè, e tenere insieme nella mente il crocifisso delle calamità, la volta del coro, le tracce romaniche rimaste dietro, le ore che per secoli sono scese dal campanile sul paese. San Niccolò si lascia capire così, come il punto in cui Radda ha messo in comune il tempo, la paura, la festa e la voce.