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LigaDue · CC BY-SA 4.0

Selvole, il borgo che dal castello è diventato vino

Attorno a San Niccolò e ai resti della torre, Selvole tiene insieme impianto medievale, vigne tra Selvole e Brolio e ospitalità di tenuta.

Una torre, poi le vigne

A Selvole la differenza sta tutta in un passaggio netto, quasi fisico. Si entra in un borgo nato attorno a una chiesa e a un castello, di quel castello restano ancora i resti della torre dell'undicesimo secolo, ma appena lo sguardo esce dalle case trova un'altra materia, i vigneti nella valle tra Selvole e Brolio, gli olivi, i boschi del Chianti Classico. È questo cambio di funzione, da presidio medievale a tenuta del vino, a dare al luogo una forma che non è rimasta ferma nel passato ma si lascia ancora usare.

Si arriva fra colline coltivate e tratti di bosco, poi il borgo si raccoglie attorno alla chiesa di San Niccolò, e quello che colpisce non è un monumento isolato ma una continuità, le case, il profilo della torre, la misura raccolta dell'abitato. Selvole fu menzionata già nel 1155 e nel 1176 compare come dipendente dal territorio fiorentino, ma qui la storia serve soprattutto a capire perché il paese abbia tenuto una fisionomia medievale così leggibile, stretta attorno al suo nucleo religioso e difensivo.

A Selvole il passaggio decisivo è questo, da castello medievale a tenuta del vino.

San Niccolò, il centro vero del borgo

La chiesa di San Niccolò non è un'aggiunta, è il centro da cui Selvole si sviluppò dall'undicesimo secolo. Oggi la facciata a capanna, segnata da due lesene, porta sopra il portale il monogramma di San Bernardino da Siena e, nel timpano, un'immagine di San Nicola di Bari. Sul fianco sinistro sale la torre campanaria quadrangolare, chiusa da una cuspide piramidale, con quattro finestroni ad arco nella cella e due campane di bronzo.

Dentro, la navata ha una copertura a volta unica, mentre il presbiterio conserva volte e costoloni di età sette e ottocentesca, con l'altare maggiore ottocentesco in muratura sul fondo. Intorno alla chiesa restano anche edifici oggi diventati abitazioni, un tempo canonica, e proprio lì si conservano elementi architettonici del dodicesimo secolo.

San Niccolò si visita per la funzione domenicale, ed è il modo più giusto per entrare in un edificio che non vive come reliquia ma come chiesa del paese.

La ferita antica e il carattere rimasto

Selvole conobbe anche una devastazione, nella seconda metà del Quattrocento, quando l'esercito aragonese colpì il borgo. Non serve caricare il racconto di altri passaggi per capire che una ferita del genere, in un centro piccolo, pesa più di una lunga cronologia di proprietari. Conta invece vedere che cosa è rimasto dopo, un impianto medievale ancora riconoscibile, la centralità di San Niccolò, i resti della torre, un abitato che non si è disperso.

Perfino i rifacimenti della chiesa, tra Settecento, Ottocento e Novecento, raccontano questo rapporto ostinato con la continuità, perché la facciata venne rifatta nell'Ottocento, la chiesa fu rialzata nel dopoguerra e il campanile ebbe altri interventi, ma il suo posto nel borgo è rimasto quello di sempre, il perno di un nucleo abitato che continua a farsi riconoscere.

Il vino nella valle tra Selvole e Brolio

Oggi il modo più concreto di vivere Selvole passa dal vino. I vigneti della tenuta stanno nella valle tra Selvole e Brolio, e parte di questi impianti è ad alta densità con quattro vitigni. Il Chianti Classico di Selvole nasce da Sangiovese in purezza, scelta precisa, in un luogo dove il paesaggio agricolo non fa da sfondo ma da sostanza.

Nelle cantine si fanno visite e degustazioni di prodotti tipici. Dopo la pietra della torre e della chiesa, ci si ritrova con un bicchiere in mano e con la campagna attorno che smette di essere panorama e diventa lavoro, filari, coltura. La tenuta dichiara attenzione per sostenibilità e biodiversità, e anche questo, qui, ha senso soprattutto se lo si lega alla forma del luogo, chiuso fra vigne, olivi e boschi.

Le case attorno alla piscina

Selvole è anche agriturismo, con carattere rustico. Gli appartamenti sono distribuiti in tre edifici attorno alla piscina centrale, soluzione semplice e concreta, che trasforma il borgo e la tenuta in un luogo di soggiorno, non solo di passaggio.

A Bugialla si arriva a San Pietro salendo una rampa laterale, non dal fronte ma di lato.

Per chi si ferma, il punto non è aggiungere attività a un elenco, ma capire la misura del posto. Si dorme dentro un paesaggio di vigne e olivi, si visita la cantina, si degusta, poi conviene tornare verso il nucleo del borgo e rivedere la torre e San Niccolò dopo aver attraversato la valle, perché è in quel doppio movimento, la pietra medievale e il vino di oggi, che Selvole trova la sua voce.

Bugialla, una chiesa raggiunta per lato

Nel territorio di Selvole entra bene anche una piccola deviazione a Bugialla, dove si trova la chiesa di San Pietro. Non è più officiata, e questo va detto con semplicità. La si raggiunge salendo una rampa laterale a gradinata, dettaglio concreto che già cambia il rapporto con l'edificio, perché non lo si affronta frontalmente ma di sbieco, guadagnandolo passo dopo passo.

Della struttura originaria restano tracce nei muri perimetrali in filaretto d'alberese, mentre la facciata a capanna con portale semplice e apertura circolare sopra appartiene ai rifacimenti, così come altri rimaneggiamenti arrivati fino al Novecento. Oggi, sulla sinistra, il campaniletto a vela ospita due campane entro una bifora divisa da una colonnetta.

Una cappella, una chiesa per cerimonie

A Selvole c'è anche la cappella della Madonna del Carmelo, indicata come cappella sussidiaria e legata alla parrocchia di San Niccolò, dentro la diocesi di Fiesole.

Per cerimonie ed eventi è disponibile inoltre la chiesa di San Martino, che conserva affreschi originali nella cappella.