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LigaDue · CC BY-SA 4.0

Badia a Montemuro, dove l’abbazia sopravvive in una sola ala

A Badia a Montemuro la vecchia abbazia non si legge in un edificio intero, ma in un transetto rimasto e nelle pietre passate a San Pietro.

Un’abbazia ridotta a un lato

Badia a Montemuro si distingue per un fatto netto, quasi brusco, che cambia il modo di guardarla. Dell’antica chiesa abbaziale non resta un impianto da percorrere né una rovina compatta da capire a colpo d’occhio, resta il braccio sinistro del transetto con la sua volta a crociera, e tutto il resto va cercato nelle assenze, nei crolli, nelle pietre passate altrove. È un luogo in cui la storia non si è conservata intera, si è smontata.

Si arriva alle prime case e la chiesetta di San Pietro sembra tenere insieme il borgo con una misura raccolta. Poi si capisce che quel che si ha davanti non è soltanto una chiesa del paese, ma anche la seconda vita materiale dell’abbazia, perché San Pietro è stata costruita con i materiali recuperati dal complesso antico. In questo passaggio, più che in una cronologia, sta il carattere di Badia a Montemuro, un’abbazia che continua non dove era, ma dove è stata riusata.

A Badia a Montemuro l’abbazia non resta intera, sopravvive in un transetto e nelle pietre di San Pietro.

Le pietre passate a San Pietro

La chiesa di San Pietro, consacrata nell’XI secolo e oggi ricostruita in forme di romanico rurale chiantigiano, porta addosso questo riuso in modo concreto, nei conci in alberese cinerino dell’antico complesso abbaziale. La facciata a capanna ha un portale semplice e un’apertura circolare murata, l’interno è una piccola aula rettangolare, e proprio questa misura contenuta rende ancora più evidente il passaggio di materia da un edificio monastico a una chiesa di borgo.

Non è un dettaglio secondario, è il centro del luogo. A Badia a Montemuro non si viene per vedere un’abbazia intatta, si viene per leggere come un’abbazia crollata abbia continuato a parlare attraverso una costruzione più tarda, più piccola, più povera di ambizione e per questo più leggibile. Anche il campanile, di costruzione recente, segnala che qui il paesaggio costruito non è rimasto fermo, ha continuato ad aggiungere e a togliere.

Capitelli dispersi

Il resto si è sparso. Si sa di capitelli erratici in arenaria conservati fino alla fine degli anni settanta, si sa di un capitello con aquile ad ali spiegate, e si sa anche che questi frammenti sono dispersi. È una notizia che conta, perché toglie a Badia a Montemuro l’illusione della rovina completa e composta, quella che si lascia guardare tutta in una volta. Qui bisogna accettare una storia spezzata, in cui i pezzi più eloquenti non sono più al loro posto.

Per questo conviene guardare il borgo con un’attenzione diversa, non aspettando la scena monumentale ma cercando i resti, i tagli, le sopravvivenze. Il fatto che dell’abbazia sia rimasto il braccio sinistro del transetto, mentre altri elementi siano stati reimpiegati o dispersi, dice molto più di una sequenza di proprietari o di date, perché mostra il destino materiale del luogo, non soltanto il suo nome nei documenti.

Il silenzio dopo la soppressione

La badia aveva una comunità monastica già attiva nell’XI secolo, tornò ai camaldolesi a metà del XIV secolo, fu coinvolta in vicende dure, come l’assedio del 1308 da parte di Niccolò Franzesi, e molto più tardi fu unita ad altri monasteri fiorentini. Ma il punto che conta, guardando Badia a Montemuro oggi, è l’esito finale di quella lunga storia, l’abbandono dopo la soppressione napoleonica e il crollo di quasi tutte le strutture.

Si arriva nella frazione più alta del Chianti e, nei conci di San Pietro, ricompare il monastero che non c’è più.

Si capisce allora che la forma presente del borgo non è una semplice sopravvivenza medievale, è il risultato di una perdita. Quello che si vede ha passato un secolo dopo l’altro, ma lo ha fatto restringendosi, cedendo, lasciando sul posto solo una parte dell’antica abbazia e trasferendo altrove il resto, dentro San Pietro o fuori dal borgo, nei frammenti dispersi.

La strada alta del Chianti

Badia a Montemuro è indicata come la frazione più alta del Chianti, e questa non è una cifra da scheda, perché cambia davvero l’arrivo. Salendo, il paesaggio si fa più aperto e l’abitato appare come un margine costruito in quota. Anche il percorso che arriva da Volpaia porta alle prime case del villaggio, e dà al luogo un accesso a passo lento, come si conviene a un posto che non si lascia consumare in fretta.

Ci si ferma davanti a San Pietro e conviene fare proprio questo, restare qualche minuto fuori, guardare i conci recuperati, cercare con gli occhi quello che non c’è più e quello che è passato da un edificio all’altro. A Badia a Montemuro il modo di viverla è questo, camminare fin qui, leggere la chiesa e il poco che resta dell’abbazia come un unico racconto spezzato, poi alzare lo sguardo sul crinale e sul borgo, che da secoli tiene insieme rovine, riuso e altezza.