San Polo, la chiesa che ha dato un nome a un pittore
Nel paese del Chianti, una chiesa conserva una tavola del Trecento da cui prende nome un maestro anonimo della pittura fiorentina
La chiesa che si riconosce da una tavola
Ci sono chiese che si ricordano per una facciata, altre per un campanile, altre ancora per la posizione nel paese. A San Polo accade una cosa più rara, si entra nella sua storia alzando gli occhi su una tavola del Trecento tanto importante da avere dato un nome a un pittore senza nome, il Maestro di San Polo in Chianti. È questo il fatto che distingue la chiesa, non una semplice presenza d’arte, ma un’opera che finisce per chiamare il suo autore attraverso il luogo che la custodisce.
La chiesa conserva in parte la struttura romanica, con campanile a torre. Fuori lascia vedere ancora murature più antiche sul lato destro e nell’abside semicircolare. Dentro, invece, il tempo non è rimasto fermo in un solo secolo. L’impianto è a tre navate e l’interno mostra interventi successivi. È una chiesa che non finge di essere rimasta intatta, mostra i suoi rifacimenti e intanto trattiene il nucleo più antico.
Dove conviene fermarsi con lo sguardo
Arrivando nel paese, la chiesa si prende da fuori con pochi passi e con un gesto preciso, conviene girarle attorno quel tanto che basta per cercare il lato destro e l’abside. È lì che il romanico riemerge più chiaramente, nella muratura antica conservata meglio che sulla facciata. Poi si entra e lo sguardo cambia altezza, dalle pietre sale alle pareti alte della navata, dove si vedono ancora finestre antiche poi chiuse.
Ma il punto in cui davvero si alza la testa è la tavola del Trecento con la Vergine, il Bambino, due angeli, i santi e due committenti. Basta sapere questo, da quell’opera deriva il nome con cui la storia dell’arte indica un pittore anonimo, vicino alla cerchia di Bernardo Daddi. In una chiesa di paese, nel Chianti, si incontra dunque non soltanto un dipinto antico, ma il punto da cui è stato riconosciuto un profilo artistico.
Il resto dell’interno accompagna senza togliere forza a questo centro. Ci sono anche tele del Seicento, e in canonica una Madonna col Bambino in gloria e i santi Andrea, Lorenzo, Leonardo e il Beato Belfredelli di Francesco Mati, ma qui conviene non disperdere l’attenzione. San Polo si capisce meglio restando fedeli a ciò che la rende diversa, una chiesa romanica che ha dato identità a un maestro anonimo.
Come viverla davvero
Il modo giusto di avvicinarla è doppio. Da fuori, si guarda la parte che conserva le murature romaniche e si cerca l’abside semicircolare, che è il punto dove l’età dell’edificio si legge meglio. Dentro, se si entra, non conviene avere fretta, perché questa è una chiesa da leggere con il collo alzato, prima sulle finestre chiuse nella parte alta della navata, poi sulla tavola trecentesca che ha fatto più di quanto facciano di solito i dipinti, ha lasciato il suo nome al pittore che l’ha eseguita.