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Vignaccia76 · CC BY-SA 3.0

Santo Stefano, la chiesa che aspetta in cima a Montefioralle

Nel punto più alto del borgo murato, una navata raccolta tiene insieme una tavola duecentesca e rifacimenti di secoli dopo.

La chiesa che sta dove il borgo finisce

A Montefioralle la chiesa di Santo Stefano non è un edificio messo accanto al paese, è il punto verso cui il paese sale. Si arriva dentro la cerchia muraria, si passa fra case ravvicinate e svolte brevi, poi, quando la salita si stringe verso l’alto, la chiesa compare al centro dell’abitato, nella parte più alta, come se il borgo avesse conservato fin lì il suo ultimo spazio comune.

Questo è il fatto che la distingue, più della dedica e più delle sue opere, perché Santo Stefano si capisce dal posto che occupa. La parrocchiale non guarda il borgo da lontano, gli sta dentro nel punto decisivo, quello dove il costruito si raccoglie e insieme si apre.

A Montefioralle si sale fino a Santo Stefano, perché la chiesa sta esattamente dove il borgo si raccoglie.

Dentro, i secoli non cancellano il primo volto

L’interno oggi ha la forma assunta fra Sei e Settecento, poi ritoccata nell’Ottocento, e dunque il primo colpo d’occhio non è quello di una chiesa rimasta uguale a se stessa. Si entra in un’ampia navata che porta i segni di aggiunte e rifacimenti, ma proprio qui resta il tratto più interessante del luogo, perché dentro una veste più tarda sono custodite opere che riportano la chiesa molto indietro, fino alla sua materia medievale.

Fra queste, la presenza più forte è la tavola della Madonna col Bambino del cosiddetto Maestro di Montefioralle, una tavola della fine del Duecento che lega il nome stesso del maestro a questo luogo. Non è un dettaglio da specialisti, è quasi un rovesciamento, perché in una chiesa che oggi mostra soprattutto assetti di età più tarda, il segno più personale e memorabile viene da un’opera antica, abbastanza importante da lasciare il proprio nome al suo autore convenzionale.

Nella navata si trova anche una Trinità fra quattro santi attribuita al Maestro dell’Epifania di Fiesole, ricondotta alla seconda metà del Quattrocento, e questo conferma una continuità di presenza e di cura che nel borgo alto non si è interrotta presto. Qui le opere non fanno collezione, fanno radicamento, dicono che questa chiesa era già un centro riconoscibile quando Montefioralle teneva il suo posto nella valle.

Il momento giusto per fermarsi

Conviene arrivarci senza fretta, lasciando che sia il borgo a condurre. La cosa da fare, prima ancora di cercare la porta, è sostare un momento nella piazza della chiesa, o poco sotto, dove le case si aprono quel tanto che basta per far sentire insieme il recinto del castello e l’altezza del suo poggio. In un borgo così, la chiesa si vive anche da fuori, come punto d’arrivo di una salita breve e come misura del paese intero.

Il nome del Maestro di Montefioralle nasce da una tavola custodita qui, dentro una navata rifatta nei secoli.

Se poi si trova aperta, l’ingresso completa quello che fuori si è già capito, cioè che Santo Stefano tiene insieme più tempi senza farne mostra. Si passa da una strada di borgo fortificato a una navata che porta ancora in sé tavole antiche, un Crocifisso ligneo seicentesco, una copia ottocentesca della Madonna di porta Pinti, e tutto questo non ha il tono del museo staccato dal luogo, ma quello di una chiesa rimasta nel suo centro.

Quando la chiesa non si trova aperta, non resta mezzo articolo, resta il suo modo giusto di essere vista. Si sale fin quassù, si guarda come chiude e ordina il punto più alto di Montefioralle, si lascia che il borgo faccia il resto.