San Giusto a Montemartiri, l’oratorio che il suolo non ha dimenticato
Sul monte sopra Cintoia restano ruderi, ma attorno a San Giusto affiora una continuità materiale che va dall’età etrusca al Novecento.
Un oratorio riconoscibile dal terreno
A San Giusto a Montemartiri c’è un fatto che cambia subito lo sguardo, e non riguarda una facciata o un affresco perduto. Intorno a questo oratorio il terreno ha restituito monete fiorentine del Trecento, monete lucchesi dell’XI secolo, un dupondio romano di età imperiale, perfino aes rude di età etrusca. Prima ancora di leggere la sua storia, si capisce così che questo poggio sopra la valle di Cintoia non è stato un luogo appartato, ma un punto dove per secoli qualcosa è passato, si è fermato, ha lasciato traccia.
Si sale verso il monte San Giusto e gli ultimi metri contano più di molte cronologie, perché i resti compaiono fra sterpaglia, alberi e macerie, e quello che si ha davanti non è una rovina di maniera, ma un luogo interrotto. L’oratorio è documentato all’inizio del Duecento del suo racconto scritto, anzi prima ancora, in una bolla papale dei primi anni del XII secolo, e poco dopo il possesso viene di nuovo confermato. Ma qui la storia non si lascia leggere soltanto nei documenti, si legge anche nel suolo, che conserva il passaggio di età lontanissime e poi, d’un tratto, il segno brutale della fine.
Dal monte del martirio al monte distrutto
La dedicazione a San Giusto porta con sé la tradizione del martirio durante la persecuzione di Decio, e il luogo stesso viene collegato a una memoria martiriale. Resta una memoria religiosa fortissima, che spiega il nome con cui questo poggio è stato riconosciuto e cercato. Ma il momento in cui l’oratorio rientra nella storia concreta, quasi fisica, è un altro, ed è quello della devastazione durante l’assedio di Firenze del primo Cinquecento. A metà del Cinquecento la confraternita si riunisce per restaurare un edificio ferito da quell’urto, segno che San Giusto non era una cappella dimenticata, ma un luogo tenuto in vita da una comunità abbastanza salda da tornare quassù e ricominciare.
Di quella vita restano alcune immagini indirette, una riproduzione del tardo Cinquecento, una veduta della fine del Seicento, poi gli interventi del Settecento, il rifacimento della sagrestia e dell’interno, la loggia ricostruita nell’Ottocento, un piano sopra il salone. Sono pochi fatti, ma bastano a restituire l’essenziale. San Giusto non fu un relitto medievale lasciato a consumarsi, fu un edificio usato, rimesso in sesto, adattato. La sua lunga durata finisce solo con la guerra dell’estate del 1944, quando l’oratorio e i locali annessi vengono rasi al suolo.
Che cosa ci si va a fare oggi
Oggi non si arriva a San Giusto per entrare in una chiesa, ma per vedere come un luogo sacro possa continuare a parlare anche da rudere. Conviene andarci con l’idea giusta, quella di una salita breve o lunga, secondo da dove si parte, che serve soprattutto a mettere a fuoco il rapporto fra il poggio e il paesaggio del Chianti. Quando i muri compaiono fra la vegetazione, ci si ferma volentieri un poco discosti, perché è da qualche passo di distanza che la rovina tiene insieme le sue epoche, il culto antico, la confraternita, gli adattamenti più tardi, la distruzione bellica.
Il modo migliore di viverla è questo, arrivare fin dove il monte lo consente, guardare i resti da fuori, e poi restare qualche minuto a leggere il luogo con quello che si sa. Non capita spesso, in un oratorio di campagna, di potersi affidare così tanto al terreno stesso. Qui sono i ritrovamenti a fare da guida, quasi più dei muri, e ricordano che San Giusto a Montemartiri è stato prima di tutto un punto persistente, riconosciuto per secoli, finché la guerra non ne ha spezzato la continuità visibile senza riuscire a cancellarne la memoria.