Castello delle Stinche, il poggio che diede un nome al carcere di Firenze
Nel Chianti resta un castello distrutto, ma il suo nome entrò a Firenze e per secoli volle dire prigione.
Un castello finito dentro una parola
Alle Stinche non si arriva per vedere una fortezza intera, si arriva per inseguire un nome che ha avuto una sorte più lunga delle sue mura. Questo castello dei Cavalcanti, presidio militare nel Chianti, fu espugnato e distrutto dai fiorentini nel settembre del 1304, e i suoi difensori furono portati a Firenze. Da allora quel nome, Stinche, smise di indicare solo un poggio e una rocca di confine, e cominciò a significare carcere.
È questo il fatto che distingue il luogo, non una rovina fra le altre, ma un castello distrutto che ha lasciato in eredità il nome delle prigioni fiorentine. Le carceri si chiamarono infatti Carcere delle Stinche, e l'espressione andare alle Stinche finì per voler dire andare in prigione. Resta una di quelle trasmigrazioni della storia che fanno alzare la testa, perché qui una pietra caduta in campagna continua a risuonare in una parola urbana, dura, quotidiana.
Il poggio, la valle, la memoria che resiste più dei muri
Si sale nei pressi di Lamole, fra il rilievo del Chianti e la Val di Greve, e il castello va cercato così, nella sua posizione prima ancora che nei suoi resti. Le rovine superstiti dicono che stava sulla sommità di un poggio, e proprio a quel poggio la geografia ha continuato ad aggrapparsi. In questo tratto di paesaggio, dove il crinale divide e orienta, si capisce bene perché fosse un presidio militare e perché la sua perdita contasse tanto.
La storia si stringe attorno a pochi giorni. Nell'agosto del 1304 Firenze affidò il governo cittadino a Ruggero Guidi, e nel settembre le milizie fiorentine assalirono il castello delle Stinche, tenuto dai Cavalcanti cacciati da Firenze. Alla fine arrivarono l'espugnazione, la resa e la distruzione. Tutto il resto, qui, viene dopo. Ciò che ha segnato davvero la sua identità è quella caduta, perché da lì nasce il passaggio più inatteso, da castello a nome di carcere.
Cosa farne oggi
Le Stinche si vivono soprattutto da fuori, nel paesaggio. Conviene andarci con l'idea giusta, non quella di una visita monumentale compiuta, ma di una ricerca sul terreno, nei pressi di Lamole, seguendo il poggio e il toponimo. Ci si ferma dove il crinale apre lo sguardo, e lì il castello torna leggibile per quello che era, una posizione prima ancora che un edificio.
Il modo migliore di tenere insieme il luogo è doppio. Da una parte si guarda il poggio delle rovine, dall'altra si porta con sé il suo seguito fiorentino, quel nome passato alle carceri e rimasto nella lingua. Pochi castelli consentono un esercizio simile, stare davanti a un'assenza e capire che la loro parte più resistente non è la muratura, ma la parola che hanno lasciato dietro di sé.