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Francesco Bini · CC BY-SA 4.0

San Leolino, la pieve che ha rimesso a nudo il suo romanico

Sulla via Chiantigiana, vicino a Panzano, una pieve che ha attraversato secoli di aggiunte e nel Novecento ha ritrovato la sua struttura medievale.

La cosa che distingue San Leolino non è soltanto l’età, né il fatto di stare in uno dei paesaggi più frequentati del Chianti, ma il gesto compiuto nel Novecento su questo edificio, quando il restauro del 1942 tolse di mezzo secoli di trasformazioni interne e riportò la chiesa al suo assetto romanico. È un fatto concreto, quasi fisico, e cambia il modo di guardarla, perché qui non si entra in una pieve rimasta intatta, si entra in una pieve ritrovata.

Si arriva dalla via Chiantigiana, fra colline di olivi e vigne, e la facciata a capanna appare preceduta dal suo portico del Cinquecento. Prima ancora della soglia conviene fermarsi un momento sotto quel portico, con la pietra davanti agli occhi, perché lì si vede bene la doppia natura del luogo, il corpo romanico della pieve e l’intervento del Cinquecento che le ha dato parte del suo aspetto esterno attuale. Non è una contraddizione, è la sua storia rimasta in vista.

Qui il romanico non è rimasto intatto, è stato ritrovato togliendo di mezzo secoli di aggiunte interne.

Dentro, lo spazio è quello di una basilica a tre navate, scandite da archi sorretti da pilastri quadrangolari. Lo sguardo però si alza su una cosa precisa, sulle opere che questa chiesa conserva e che non sono arredo messo lì per riempire, ma parte del carattere del luogo. C’è il dossale duecentesco attribuito a Meliore di Jacopo, c’è un trittico attribuito a Mariotto di Nardo, c’è un altro trittico attribuito al Maestro di Panzano. Già questi nomi bastano a dire che San Leolino non è una semplice chiesa di campagna trovata lungo strada. È una pieve che ha raccolto secoli di pittura e li tiene ancora dentro un impianto architettonico leggibile.

Fra le presenze più nitide ci sono anche i due tabernacoli in terracotta invetriata attribuiti alla bottega di Giovanni della Robbia, commissionati da Leonardo Buonafede. Qui la materia cambia, dalla pietra alla terracotta lucida, e il colpo d’occhio serve a capire quanto una pieve romanica possa contenere, senza perdere sé stessa, il passaggio di altre stagioni artistiche. Anche la cappella battesimale trattiene lo sguardo, con il Battesimo di Gesù riferito a Raffaellino del Garbo, e con il fonte battesimale, che ricorda la funzione originaria di una pieve, chiesa madre di un territorio.

Questa importanza, nel Medioevo, non era simbolica. Il nome è attestato almeno dal 982 come San Leolino a Flacciano, prima che il vicino castello di Panzano finisse per darle la denominazione con cui oggi la si conosce. Basta però un solo dettaglio per riportare tutto alla materia vera del posto, quella che si ha davanti, ed è la lastra di arenaria usata come sostegno della mensa d’altare, forse un elemento altomedievale, che lascia intuire un’origine ancora più antica della pieve.

Dal lato destro si accede al chiostro attraverso un portale, e questo cambia anche il modo di viverla. San Leolino non chiede soltanto di essere guardata frontalmente, conviene girarle intorno, sostare sotto il portico, entrare e poi cercare il chiostro, perché il complesso si capisce per avvicinamenti successivi, non con un solo colpo d’occhio.

Sotto il portico del Cinquecento si capisce già la doppia natura di San Leolino, medievale nel corpo, più tarda nella soglia.

Se si passa da Panzano, San Leolino merita una sosta lenta e concentrata, da fare più con gli occhi che con il telefono in mano. Si guarda la facciata dal sagrato, si entra per misurare il contrasto tra il portico del Cinquecento e l’interno riportato al romanico, poi si cercano una per una le opere che danno spessore a questa chiesa. Anche da fuori, lungo la strada, resta leggibile il suo carattere, quello di una pieve che nei secoli è cambiata molto e che proprio per questo, quando è stata riportata alla sua struttura, ha ritrovato una voce netta.