La rocca di confine che conserva il Chianti etrusco
Nelle sale del museo archeologico di Castellina il paesaggio del vino torna etrusco, fra tumuli, semi di vite e fortezze d'altura.
Il tumulo e la vite
Fra le cose che restano in mano uscendo da questo museo, una delle più ostinate è piccola, secca, quasi invisibile, eppure dice molto del luogo che la circonda. Fra i resti trovati nel Tumulo di Montecalvario sono comparsi anche ossa animali e semi di piante, fra cui la vite, e allora il Chianti, prima ancora di essere colline ordinate e filari, torna a mostrarsi come una terra antica abitata, coltivata, sepolta. Il museo entra da lì, da ciò che la terra ha tenuto con sé mentre sopra cambiavano i secoli.
Il Tumulo di Montecalvario, noto fin dal Cinquecento e riportato alla luce nei primi anni del Novecento, pesa su tutto il racconto come una presenza reale, non come un nome da didascalia. Le sue quattro tombe etrusche fanno capire che qui non si guarda una raccolta generica di reperti, ma un paesaggio preciso che ha restituito le proprie forme del vivere e del morire. È questo il punto che distingue il museo, il fatto che il Chianti più celebrato per il vino, appena si scende sotto la sua superficie, ricompare anche nei semi, nei corredi, nelle sepolture.
Le sale nella fortezza
Si entra nella Rocca e si sale al primo piano, dove il percorso espositivo si dispone in quattro sale dopo l'atrio al piano terra. Il passaggio conta, perché l'archeologia qui non è staccata dal paese, sta dentro la sua antica fortezza, e mentre si attraversano gli ambienti si tiene insieme la pietra del castello con quella, assai più remota, delle tombe e degli abitati d'altura. L'allestimento usa anche filmati e fotografie, ma la misura del luogo resta materiale, fatta di oggetti che arrivano dagli scavi di Castellina in Chianti, dalla necropoli del Poggione, da Cetamura, da La Malpensata e da Poggio La Croce.
Le sale ordinano il tempo senza irrigidirlo. Nella prima si scende fino all'età del rame e all'età del bronzo, fra undicesimo e decimo secolo avanti Cristo, nella seconda compaiono le tombe etrusche del settimo e sesto secolo avanti Cristo, nella terza il percorso si sposta al periodo fra quarto e terzo secolo avanti Cristo. Non è una successione da manuale, perché ogni passaggio torna a posarsi su questo pezzo di Chianti, sui suoi primi insediamenti urbani fortificati, sulle necropoli, sulle alture occupate e difese.
Una tomba, un corredo
Fra i nuclei che chiedono di fermarsi ce n'è uno che stringe il discorso più di altri, il corredo funebre rinvenuto nella tomba B del Poggione. In un museo così conviene alzare la testa e poi subito abbassarla di nuovo sugli oggetti, perché la storia grande si capisce proprio quando si riduce alla misura di una sepoltura. Un corredo racconta ciò che si riteneva necessario accompagnare oltre la vita, e in questo caso lega il museo alla sua terra con una precisione che nessun pannello potrebbe sostituire.
Lo stesso accade con la necropoli del Poggino e con i materiali da Cetamura e Poggio La Croce, che non stanno lì per fare numero, ma per ricomporre un sistema di luoghi vicini e diversi, ciascuno con il proprio rapporto fra altura, difesa, abitato e sepoltura. Il Chianti senese custodito qui non è dunque un fondale, è una trama fitta di siti che si rispondono.
Il camminamento sopra il borgo
Dopo le sale conviene uscire sul camminamento superiore. La vista panoramica sul borgo di Castellina rimette all'aperto ciò che dentro si è appena imparato a riconoscere, la continuità fra il museo e il paesaggio. Si guarda dall'alto, con ancora negli occhi il Tumulo di Montecalvario, le necropoli, gli insediamenti fortificati, e il paese smette per un momento di essere soltanto un centro del Chianti contemporaneo. Torna a essere un'altura scelta, abitata, osservata.
Il museo è ospitato nella Rocca e fa parte della Fondazione Musei Senesi. Per i bambini ci sono anche percorsi dedicati e laboratori archeologici.