Vignaccia76 / Wikipedia (voce Pieve di San Giovanni in Sugana) (CC BY-SA 3.0)
San Giovanni in Sugana, la pieve dove la terracotta tiene insieme i secoli
Una pieve romanica presso Cerbaia, con un chiostro a doppio loggiato e una grande pala in terracotta del primo Cinquecento
La terracotta che prende il posto dell'altare
In molte pievi del contado l'occhio si ferma sulla muratura, sulla misura romanica, sulla pazienza delle pietre. Qui invece accade qualcosa di diverso, e accade appena si alza la testa verso l'altare. San Giovanni in Sugana conserva una grande pala del 1510, la Madonna tra i santi Giovanni Battista e Antonio Abate, opera di Benedetto Buglioni, ricostruita in gran parte dopo gravi danni. È questo il fatto che cambia il luogo, perché in una chiesa di impianto antico, nata con una sola navata coperta a tetto e con il passo severo della pieve romanica, il centro visivo è affidato a una materia che viene dal fuoco e dallo smalto, non alla pietra.
Si entra, il passo rallenta da sé, e l'altare non resta un punto terminale della navata, diventa una presenza che ordina lo spazio. È lì che conviene sostare qualche minuto, lasciando che siano i rapporti fra le figure a fare il lavoro. La Madonna sta al centro, ai lati i due santi, e tutto il resto della chiesa, dalle pareti alla copertura, sembra farsi più nudo proprio per lasciare forza a quell'ancona. In molti luoghi la storia si racconta per sottrazione, qui si racconta per resistenza, perché quell'opera è arrivata fino a oggi passando anche attraverso i danni e una ricostruzione larga, eppure continua a reggere lo sguardo.
La navata e il tetto
Prima di alzare gli occhi all'altare, vale la pena fermarsi sulla forma stessa della pieve. San Giovanni in Sugana ha un'unica navata coperta a tetto, una struttura che non cerca effetti di vastità ma una misura raccolta, da chiesa fatta per una comunità sparsa e per il ritmo dei giorni. L'interno fu rinnovato nel Cinquecento, e questo basta a spiegare perché dentro non ci si trovi in un romanico intatto, ma in un organismo che ha attraversato secoli di adattamenti, cure, perdite e rifacimenti. Nel tardo Ottocento furono rimosse decorazioni in gesso e ridipinti i fondi degli altari delle nicchie, un intervento che dice bene quanto una pieve non sia mai un fossile, ma un corpo su cui ogni epoca mette mano.
La facciata in pietra appartiene al linguaggio romanico del contado, ma anche qui le sopravvivenze contano più dell'immagine generale. Della facciata antica resta una monofora strombata sotto la cuspide, indicata come unica parte originale, mentre il portico originario appartiene ormai alla storia del luogo più che alla sua vista presente. Sul fianco settentrionale si trova un portale architravato oggi tamponato, dettaglio che ha la forza delle cose interrotte. Le vecchie aperture, quando vengono chiuse, non smettono di parlare. Dicono da dove si entrava, come ci si muoveva, quale fosse il lato vivo dell'edificio prima che il tempo cambiasse usi e percorsi.
Il chiostro ritrovato
Se c'è un secondo punto da cercare, dopo la pala, è il chiostro rinascimentale con doppio ordine di loggiati. Non è un semplice complemento, ma un'altra faccia della pieve, più silenziosa e quasi laterale, dove la chiesa smette di essere solo aula liturgica e torna a mostrarsi come insieme di spazi vissuti. Sul lato est del chiostro si aprono due monofore a feritoia con archivolto monolitico, elementi minuti, severi, che chiedono uno sguardo vicino. Sul lato ovest, nel Novecento, fu scoperta una bifora. È un fatto piccolo solo in apparenza, perché le scoperte in edifici come questo non aggiungono un dettaglio decorativo, cambiano il modo di leggere l'organismo intero, come se una parete, all'improvviso, confessasse qualcosa che aveva tenuto nascosto per secoli.
Qui il modo giusto di stare non è passare in fretta. Conviene camminare sotto il loggiato e guardare come gli archi incorniciano pezzi di muro, aperture, ombre ferme. A San Giovanni in Sugana questo ritmo è doppio, perché al passo della pieve romanica si aggiunge quello rinascimentale del chiostro.
L'abside e il campanile
La costruzione racchiude anche il campanile a torre, e già questo la distingue da molte pievi dove gli elementi appaiono più separati. Sul retro si conserva l'abside circolare originaria della parte tergale, una di quelle forme che bastano da sole a tenere in piedi un'identità. Da fuori la chiesa va guardata anche così, girandole attorno quel tanto che basta a cogliere la curva dell'abside e la compattezza del complesso.
Si arriva dai pressi di Cerbaia. Quando la si ha davanti, la prima impressione non è quella del monumento isolato, ma di una presenza antica che ha continuato a servire un abitato e una campagna. Per questo conviene guardarla anche da qualche passo di distanza, senza correre subito all'interno. Le pievi romaniche chiedono sempre un piccolo giro, un avvicinamento obliquo, perché è nei fianchi e nel retro che spesso conservano il meglio della loro verità.
Le mani dei Buglioni
La grande pala del 1510 non è l'unica terracotta che conta qui dentro. Nella pieve si trova anche una Pietà in terracotta attribuita alla scuola dei Buglioni, e c'è un Presepe del 1505. Questo addensa il luogo attorno a una stessa famiglia di forme e di tecniche, come se in chiesa si fosse depositata una vocazione precisa, quella per la scultura invetriata e per la narrazione sacra affidata alla terracotta. Non si tratta soltanto di avere opere d'arte, ma di vedere come un materiale, ripetuto e variato, finisca per dare tono all'intero edificio.
San Giovanni in Sugana si lascia leggere bene da questa tensione. Da una parte la struttura antica, i muri, le aperture romaniche, l'abside circolare, dall'altra il Cinquecento che rinnova l'interno e porta dentro forme più mosse e immagini più dichiarate.
Le opere che non sono più qui
Una chiesa si capisce anche da ciò che ha perduto o consegnato altrove. A San Giovanni in Sugana una Croce del Maestro di San Lucchese e una tavola di Neri di Bicci sono conservate nel Museo di San Casciano. Il fatto non impoverisce il racconto, anzi lo allarga. Si entra in pieve sapendo che quello che si vede oggi è una parte della sua storia figurativa, non il tutto. Prima si guarda la chiesa per quello che ancora custodisce, poi si può proseguire a San Casciano per cercare le opere che da qui provengono.
C'è anche un calice proveniente dalla chiesa di San Niccolò a Cipollatico, poi incamerata da San Giovanni in Sugana. Basta questo accenno per ricordare che una pieve non era solo un edificio isolato, ma un centro che raccoglieva e assorbiva luoghi vicini, oggetti, devozioni, funzioni. Le sue otto chiese suffraganee appartengono a questa dimensione, più larga della sola muratura che oggi si vede.
Il vecchio sito e il tempo lungo della pieve
La sede plebana fu trasferita presso l'attuale edificio pochi anni dopo un documento di papa Lucio III del mese di marzo del 1184, mentre il vecchio sito restò sede cimiteriale e lo è ancora oggi. Fra i molti fatti antichi che si potrebbero inseguire, questo è forse il più eloquente, perché lega due luoghi e due tempi in una sola continuità. La pieve cambia sede, ma il rapporto con i morti resta sul sito antico.
Più tardi arrivarono difficoltà finanziarie, dalla seconda metà del Duecento, poi il patronato delle famiglie Giandonati e, dal 1558, dei Salviati, poi ancora gli interventi del 1730, con la demolizione della primitiva struttura dell'oratorio, la soppressione della confraternita che curava la manutenzione e restauri imponenti. Ma il punto non è elencare le vicende, è capire che San Giovanni in Sugana non è rimasta uguale a se stessa, e proprio per questo conserva così bene il suo carattere.
Oggi la si vive in due tempi semplici. Prima si guarda da fuori, girando attorno all'abside e cercando il rapporto fra facciata, torre e chiostro. Poi si entra e si lascia che sia la terracotta a fare il resto, dalla grande pala di Benedetto Buglioni alla Pietà e al Presepe.